Foto di Paramount Pictures e Skydance
Viviamo e moriamo nell’ombra, per proteggere chi ci sta a cuore e chi non conosceremo mai (Ethan Hunt – Tom Cruise)
Mission: Impossible è una saga che, dopo quasi trent’anni di evoluzione, è diventata una vera e propria istituzione del cinema d’azione mondiale. Se Mission: Impossible – Dead Reckoning Parte 1 (2023) non era riuscito a offrire un vero traino emotivo allo spettatore, mancando della compattezza qualitativa dei suoi tre predecessori, questo suo diretto seguito riesce in un’impresa non scontata: mette da parte l’ambito puramente tecnologico e informatico per far tornare in primo piano ciò che ha reso leggendaria la serie. Parliamo della capacità di Ethan Hunt di risolvere la situazione “sul campo”, ottenendo risultati impossibili e facendola franca sempre al limite, giocando sul filo di un rasoio quanto mai messo alla prova.
L’Entità, l’intelligenza artificiale senziente che minaccia l’ordine mondiale, pur rimanendo il nemico principale a livello teorico, in questo capitolo viene saggiamente spostata sullo sfondo. Di fatto, essa viene trattata come un tappeto narrativo su cui si muovono amici e nemici, più o meno storici. Questa scelta permette di restituire allo spettatore quel pathos che ci si aspetta da un’opera che ha alzato l’asticella al suo massimo.
Il film si concentra sulle connessioni umane: ogni personaggio apre un contatto diretto con gli altri, e queste interazioni generano le scintille emotive che orchestrano un capitolo finale (o presunto tale) realizzato per regalare la chiusura che la saga merita. È un valido commiato che si concede il giusto tempo per emergere, sfruttando il lungo minutaggio per dare peso a ogni addio e a ogni stretta di mano.
La struttura del film è peculiare. Dopo un inizio incredibilmente celere, denso di ellissi e tagli di montaggio necessari per accelerare la narrazione vista la grande mole di contenuto da gestire, la pellicola rallenta nei momenti cruciali. È qui che il film trova il suo cuore: nelle scene madri in cui Tom Cruise dà il meglio di sé. In questi momenti, il senso di pericolo torna a essere tangibile, restituendoci in modo efficace il vero protagonista di questa serie: il ferreo e invincibile senso di sopravvivenza che muove Ethan Hunt.
Ethan viene potenziato con doti praticamente sovraumane all’interno di un irrealismo cinematografico ormai accettato dal pubblico. La regia catalizza lo spettatore in momenti topici che fanno dimenticare la cosiddetta Plot Armor (l’immunità del protagonista). Il trucco non sta nel far credere che la missione possa effettivamente fallire — sappiamo tutti che Ethan vincerà — ma nel trasmettere con forza la sensazione di avercela fatta per un pelo, ogni volta attraverso un passaggio più stretto e inaspettato del precedente. Inoltre, il fatto di aver già presentato il contesto nella Parte 1 permette a questo capitolo di non dilungarsi in spiegazioni didascaliche, evitando di diluire l’azione.
La regia, affidata per la quarta volta consecutiva a Christopher McQuarrie, segue Cruise come un segugio. McQuarrie dimostra di essersi evoluto ulteriormente rispetto all’ottimo Mission: Impossible – Fallout (2018). La messinscena delle coreografie, siano esse combattimenti corpo a corpo o inseguimenti mozzafiato, è impeccabile. C’è un’ottima resa del movimento negli spazi e una gestione dei contatti fisici che appare brutale ma estremamente pulita.
Un elemento degno di nota è l’inserimento di un pizzico di ironia adeguato al cambio dei tempi. Rispetto ai primi capitoli della saga, usciti in un periodo in cui la violenza cinematografica era meno attenzionata o gestita in modo più asciutto, qui l’umorismo serve a stemperare la tensione senza mai ridicolizzare l’eroe. McQuarrie sa esattamente quando fermare il respiro dello spettatore e quando concedergli una piccola risata liberatoria.
Il focus musicale rimane inalterato sul tema iconico di Lalo Schifrin, qui rivisitato con nuovi arrangiamenti che sottolineano l’urgenza dell’ultima missione. La colonna sonora accompagna le immagini con una sinergia perfetta, diventando essa stessa un motore dell’azione.
Per quanto riguarda le location, pur muovendosi su territori classici per il genere spy-thriller, il film riesce a stupire nel finale. La “resa dei conti” conclusiva si svolge in uno scenario che rende l’effettivo scontro ancora più accattivante e visivamente originale, distaccandosi dalle soluzioni standardizzate che spesso affliggono i blockbuster moderni. La complessità geometrica degli spazi utilizzati nel finale eleva il confronto a una sorta di danza mortale di rara bellezza estetica.
Non si può analizzare questo capitolo senza citare l’importanza del team dell’IMF. Il ritorno di figure storiche come Luther (Ving Rhames) e Benji (Simon Pegg), insieme alla carismatica Grace (Hayley Atwell), fornisce la base emotiva necessaria. Ethan Hunt non è più un lupo solitario; è un uomo che combatte per proteggere la sua famiglia d’elezione. Le “scintille emotive” citate in precedenza nascono proprio dalla consapevolezza che ogni membro del team è sacrificabile agli occhi dell’Entità, ma indispensabile per Ethan.
In definitiva, Mission: Impossible – The Final Reckoning (Parte 2) è il coronamento di un viaggio iniziato nel 1996. È un film che celebra il cinema fisico, gli stunt reali e la dedizione assoluta di un attore che ha deciso di sfidare il tempo. Se questo sarà davvero l’ultimo capitolo, la saga si chiude nel modo più alto possibile: ricordandoci che nessuna macchina, per quanto intelligente, potrà mai sostituire l’istinto, il sudore e la follia di un uomo pronto a tutto per fare la cosa giusta.
Mission: Impossible – The Final Reckoning
Regia: Christopher McQuarrie
Attori: Tom Cruise, Hayley Atwell, Ving Rhames, Simon Pegg, Esai Morales, Angela Bassett
Durata: 170 minuti
Uscita: 22 maggio 2025
