Con l’uscita di Thunderbolts, i Marvel Studios firmano uno dei capitoli più atipici, coraggiosi e maturi dell’intero Marvel Cinematic Universe (MCU). Diretto da Jake Schreier, il film non si limita a essere il tassello finale della Fase Cinque, ma agisce come una sorta di specchio deformante dei valori eroici che abbiamo conosciuto finora. Invece di puntare esclusivamente sull’epica spettacolare tipica dei grandi crossover, la pellicola sceglie un sentiero più impervio: un tono introspettivo, riflessivo e profondamente umano.
Il fulcro narrativo non è una squadra di eroi pronti al sacrificio, ma un gruppo di antieroi spezzati, individui che hanno trascorso la vita come strumenti di morte per governi o organizzazioni clandestine. Troviamo Yelena Belova, Bucky Barnes (il Soldato d’Inverno), Red Guardian, Ghost, John Walker (U.S. Agent) e Taskmaster. Ognuno di loro porta le cicatrici — fisiche e mentali — di un passato che non concede sconti.
Riuniti dalla misteriosa e manipolatrice Valentina Allegra de Fontaine per una missione ufficialmente presentata come patriottica, i protagonisti si trovano ben presto a fare i conti con una realtà brutale: sono stati strumentalizzati e traditi proprio da chi li ha reclutati. Il film mette subito in chiaro che qui non si tratta di salvare il mondo da un’invasione aliena, ma di salvarsi da se stessi e dalla propria irrilevanza sociale.
L’ingresso in scena di Bob Reynolds (Sentry), interpretato da un magnetico Lewis Pullman, sposta il conflitto su un piano filosofico e psicologico. La sua devastante controparte, il Void, non è solo un nemico da sconfiggere con la forza bruta, ma la manifestazione esterna del trauma e della schizofrenia. La battaglia non è tra “buoni e cattivi”, ma tra identità frammentate: il bisogno di controllo contro la paura viscerale di perdere il proprio “io”.
Pullman è il vero cuore del film: la sua interpretazione restituisce un personaggio fragile, imprevedibile e spaventoso nella sua umanità prima ancora che nei suoi poteri quasi divini. Sentry diventa lo specchio in cui i Thunderbolts si riflettono, riconoscendo in lui l’apice del loro stesso dolore e della loro instabilità.
Florence Pugh conferma la sua centralità nel futuro del MCU, reggendo con una solidità impressionante il centro emotivo della squadra. La sua Yelena è cinica ma disperatamente in cerca di una connessione familiare. Accanto a lei, Sebastian Stan ci regala un Bucky Barnes stanco della guerra, ma finalmente capace di mostrare una vulnerabilità civile.
Il film dedica spazio alle fragilità di ogni membro senza mai scadere nel melodramma gratuito. Anche personaggi più marginali come Red Guardian (David Harbour) trovano una nuova dignità narrativa, trasformando il sollievo comico in una riflessione sulla genitorialità fallimentare. Non è un film sulla redenzione nel senso classico — nessuno di loro diventerà improvvisamente un “buono” — ma sulla possibilità di trovare valore e scopo anche all’interno della propria disfunzione.
Visivamente, Thunderbolts è sobrio, a tratti cupo, lontano dalle palette ipersature dei capitoli precedenti. Jake Schreier — chiaramente ispirato dal tono realistico e crudo di serie come Beef (di cui ha diretto diversi episodi) — costruisce una tensione emotiva che si fa via via più soffocante. La sua regia privilegia gli sguardi, i silenzi e il linguaggio del corpo rispetto alle esplosioni spettacolari.
Le scene d’azione sono sporche, fisiche e prive di quell’eleganza coreografica tipica degli Avengers. Questo stile contribuisce a rendere il climax finale sorprendentemente delicato: la risoluzione del conflitto non arriva attraverso un atto di violenza suprema, ma attraverso un riconoscimento di mutua sofferenza, una scelta che spiazzerà chi cerca il tipico scontro finale dei cinecomic.
Il montaggio e la fotografia collaborano per creare un’atmosfera da thriller spionistico anni ’70, dove il sospetto e la paranoia regnano sovrani. La colonna sonora evita i temi trionfalistici, preferendo sonorità elettroniche e distorte che accompagnano l’instabilità mentale di Reynolds e la precarietà dei Thunderbolts.
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ATTENZIONE SPOILER!!
Il finale del film non chiude semplicemente una porta, ma ne spalanca di nuove, seppur con un sapore diverso dal passato. La scena post-credit mostra infatti la presentazione ufficiale dei Thunderbolts come i “Nuovi Avengers” agli occhi dell’opinione pubblica, un’ironia amara considerando quanto questi personaggi si sentano distanti dall’eroismo classico.
Ancora più intrigante è il misterioso riferimento ai Fantastici Quattro, suggerito attraverso alcuni documenti riservati recuperati nella base russa. Ma la vera vittoria di questo film è che l’hype generato non riguarda il prossimo scontro cosmico o la prossima minaccia multiversale, bensì il potenziale narrativo che questo gruppo di perdenti, sopravvissuti e outsider potrebbe ancora raccontare. Per la prima volta dopo tempo, la Marvel ci fa interessare alle persone dietro la maschera, ricordandoci che il superpotere più difficile da gestire è, semplicemente, la vita.
Thunderbolts*
Regia: Jake Schreier
Attori: Florence Pugh, Sebastian Stan, David Harbour, Wyatt Russell, Olga Kurylenko, Hannah John-Kamen, Lewis Pullman, Geraldine Viswanathan, Julia Louis-Dreyfus.
Durata: 126 minuti
Uscita: 30 aprile 2025
