Ci sono due versioni di questa storia: versione A, Gary aspetta paziente accanto alla porta; versione B, Gary ci attacca e voi passate le prossime sei ore a scrostarlo dalle pareti (Bronco – Jake Gyllenhaal)
A distanza di solo un anno dalla sua precedente pellicola, Fountain of Youth – L’eterna giovinezza (2025) Guy Ritchie torna per la terza volta a lavorare con Eiza González ed Henry Cavill, il suo James Bond personale (MGM, è ora di farci un pensierino), e per la seconda volta con Jake Gyllenhall, che negli ultimi tempi sembra aver abbandonato le parti folli e borderline come quella del protagonista de Lo sciacallo – Nightcrawler (2014), per diventare forse un po’ troppo presto un’icona Action di poche parole, considerando il suo eclettismo.
L’incipit di questo ultimo lavoro ricorda molto Ocean’s Eleven (2001), con una parte dedicata esclusivamente alla meticolosa preparazione di buona parte di ciò che avverrà dopo, montando in maniera efficace l’aspettativa di ricevere nella seconda metà un susseguirsi di combattimenti, inseguimenti ed escamotage al fulmicotone.
Purtroppo, però, con il passare dei minuti i nodi vengono al pettine, e l’assenza di motori emotivi o scopi interessanti a spingere i personaggi portano la pellicola a galleggiare su elementi inflazionati e scontati: due protagonisti di poche parole e poche espressioni, Bronco (Jake Gyllenhall) e Sid (Henry Cavill), ingaggiati da una giovane donna esperta in riscossioni senza scrupoli, Rachel Wild (Eiza González), per convincere con le buone o con le cattive un esponente importante della criminalità, Manny Salazar (Carlos Bardem), residente in un’isola praticamente di sua proprietà delle Canarie, a restituire un miliardo di dollari ad un fondo USA che ingenuamente credeva che li avrebbe riottenuti indietro.
Durante la preparazione iniziale vengono presentati uno per uno i vari membri della squadra che Bronco e Sid hanno radunato per proteggere Rachel da eventuali rappresaglie delle guardie del corpo di Salazar, ma con dei protagonisti già molto poco caratterizzati, di questi altri inevitabilmente restano solo un volto e un nome, senza nessuna possibilità di creare un aggancio con lo spettatore. Nessun personaggio ha un background, una chiara motivazione, un’evoluzione narrativa. Tutti sono figli di una penna poco brillante, concentrata sul mettere in fila gli eventi senza approfondimenti, portando a far emergere un senso di bozza durante la visione.
C’è un piccolo di barlume di sviluppo legato alla vendetta e all’onore, dalla metà in poi, ma sempre in maniera molto velata. Inoltre, delude constatare la somiglianza della pellicola con altre opere del regista, dove però questa volta la caratterizzazione viene maggiormente diminuita, impoverendo una sceneggiatura che già ci si poteva aspettare non ambisse a riscrivere il paradigma del genere action. È tutto troppo semplice e lineare: nulla sembra mai sfuggire di mano o essere davvero a rischio, si prosegue con il pilota automatico e nonostante la durata limitata (98 minuti), si percepisce in certe sezioni la mancanza di idee e il conseguente allungamento di momenti che avrebbero funzionato meglio se eliminati o accorciati.
I paesaggi delle Canarie in parte aiutano, invece, a rendere variegato il contesto, tra mare, città, viette, canali di scolo, colline, deserti. Parte del film è anche ambientata a Manhattan, che si potrebbe definire forse il vero nemico del film, casa e rappresentazione del capitalismo più avido e ingordo, dove o si diventa come Rachel e i suoi omologhi, o si viene schiacciati dai piedi degli altri arrampicatori sociali, e che in parte spiega la mancanza di “personalità” di quasi tutti i personaggi, con la loro anima ormai troppo consumata dalla necessità di fornire i propri lati emotivi in pasto alla fame di potere.
Questa chiave di lettura è forse l’unico elemento che porta una riflessione, creando una dicotomia tra la sede del capitalismo, appunto Manhattan, e le Canarie, con l’isola di proprietà di Salazar a farle da contraltare, dove le regole dei grandi fondi e banchieri non valgono.
Tuttavia, la cosa davvero sorprendente è come a livello registico ci siano sì carrellate interessanti, e si percepisce la pesantezza e la forza delle armi e delle persone in gioco, ma l’azione è veramente poca, confinata a classiche sparatorie frontali, inseguimenti ripetitivi e senza guizzi, con giusto un momento di presa diretta dal mezzo di trasporto, a dare un po’ di immersività. Inoltre, c’è un elemento di ripetitività stessa tra le due metà della pellicola, dove di fatto la seconda ripercorre la prima, per un motivo poco credibile che eviterò di spoilerare, ma che sicuramente stona quando sul personaggio di Rachel era stata fatta tanta leva sulla sua intelligenza, furbizia e scaltrezza.
Nel 2026 è difficile uscire dal cinema senza un po’ di amaro in bocca dopo un’opera che sceglie di offrire così poco, soprattutto con un cast che meritava più cura e ispirazione. Di fatti, qualche colpo di scena o qualche doppio gioco per renderlo anche solo più intrattenente, senza per forza reinventare la ruota, avrebbe giovato.
La speranza è che Guy Ritche non si sia un arreso a una formula collaudata che risulta ormai fuori tempo massimo, dopo i vari film Action che dal 2015 ad oggi hanno offerto, se non per forza trame incredibili, almeno coreografie ambiziose e rinfrescanti, con la voglia di portare qualcosa di nuovo e/o di stravolgere i canoni anche con piccole idee che, però, agli occhi di chi spera ancora di sorprendersi al cinema, fanno la differenza.
In the Grey
Regia: Guy Ritche
Attori: Jake Gyllenhaal, Henry Cavill, Eiza González, Carlos Bardem, Rosamund Pike
Durata: 98 minuti
Uscita: 14 maggio 2026
