“ Mica me ce so selta, io sono cosi. Io non voglio essere un’altra. Io voglio essere così” (Elena di Porto – Micaela Ramazzotti )
“ La gente me deve portà rispetto” (Elena di Porto – Micaela Ramazzotti)
Elena del ghetto, diretto da Stefano Casertano, è un film drammatico biografico ambientato a Roma tra il 1938 e il 1943. L’opera si inserisce in un solco cinematografico necessario, quello che cerca di dare volto e nome a chi è stato cancellato dai grandi libri di storia. La pellicola narra la vera storia di Elena di Porto, una donna ebrea romana ribelle e anticonformista, che cerca di avvertire la propria comunità dell’imminente rastrellamento nazista e di opporsi alle ingiustizie del regime fascista, pur essendo spesso emarginata come “pazza” per il suo modo di fare fuori dagli schemi.
Il film si muove sul confine tra racconto storico e dramma civile scegliendo di non addolcire né la storia né i suoi personaggi. Questa scelta stilistica è fondamentale: il regista evita la trappola del sentimentalismo per concentrarsi sulla durezza di un’epoca che non faceva sconti a nessuno, tantomeno a una donna che non rispettava le convenzioni sociali del tempo.
Al centro della narrazione c’è l’interpretazione intensa di Micaela Ramazzotti (Elena), che costruisce una protagonista lontana da qualsiasi idealizzazione, una donna complessa ed umana lontana da cliché eroici. La Ramazzotti, qui in una delle sue prove più mature, lavora molto sul corpo e sulla voce, restituendo un personaggio fisico, nervoso e incapace di adattarsi al silenzio imposto dalla paura.
La sua Elena è rumorosa, scomoda, a tratti respingente. Non è l’eroina rassicurante della memoria collettiva, ma una donna che paga il prezzo della propria lucidità con l’isolamento e l’emarginazione. Questa dimensione “nervosa” della recitazione permette di percepire sottopelle l’ansia di quegli anni, trasformando il dramma personale in una ferita aperta che parla direttamente alla coscienza del pubblico moderno.
La regia di Casertano è sobria e lineare, volutamente priva di virtuosismi. Il film procede in modo classico, quasi didattico in alcuni passaggi, ma trova la sua forza nei momenti corali, quando la quotidianità del ghetto viene attraversata da una tensione crescente. Il regista sceglie di raccontare la Shoah non tanto nel suo compimento, quanto nella fase precedente, quella dell’attesa, della negazione, dell’incredulità.
Ed è proprio in questa scelta che il film assume una dimensione universale. Non vi è spettacolarizzazione del dolore e il regista non cerca la commozione facile né la consolazione, ma pone una domanda scomoda allo spettatore: cosa succede quando chi vede per primo non viene creduto? Il film punta sulla forza visiva e sulla costruzione di un percorso storico in cui la figura di Elena non è solo narrata, ma incarnata in una comunità schiacciata dalla Storia.
La ricostruzione dell’ambientazione è particolarmente riuscita e rappresenta uno dei pilastri tecnici dell’opera. Il film è girato prevalentemente a Roma e a Tivoli, con molte sequenze in centro storico e luoghi simbolici come l’Isola Tiberina ed il ghetto ebraico di Roma. Quest’ultimo appare come uno spazio chiuso e oppressivo, fatto di vicoli, scale e cortili che diventano metafore di una comunità intrappolata.
Le ambientazioni sono ricostruite con cura, evocando un’epoca in cui la città respirava cambiamenti sociali e oppressioni crescenti. La scenografia, insieme alla fotografia, non solo contestualizza il racconto, ma ne esalta l’atmosfera storica e drammatica. Un plauso va anche ai costumi, essenziali e realistici, curati da Nicoletta Taranta, che riflettono fedelmente l’epoca tardo-fascista. I vestiti aiutano a distinguere classi, ruoli sociali e contesti, contribuendo a radicare lo spettatore nell’epoca senza cadere in artifici moderni o anacronismi che spesso disturbano i film d’epoca.
Il cuore della scena è il rifiuto collettivo. Nessuno vuole credere a Elena. La comunità, spaventata e stremata dalle leggi razziali, preferisce l’illusione alla verità, sperando che l’obbedienza o il basso profilo possano fungere da scudo contro la barbarie. In questo momento il film smette di raccontare solo una persecuzione storica e diventa una riflessione filosofica sulla rimozione del pericolo.
Elena non viene respinta dai carnefici, ma dai suoi stessi simili. È questo l’aspetto più tragico: la solitudine di chi possiede il dono (o la maledizione) della preveggenza in un mondo che ha scelto la cecità come meccanismo di difesa.
In definitiva, Elena del Ghetto è un film civile e sincero, che restituisce dignità a una voce rimasta troppo a lungo ai margini della memoria storica. Un racconto che parla del passato, ma che interroga con forza il presente, ricordandoci quanto sia pericoloso il conformismo e quanto sia preziosa, seppur dolorosa, la libertà di pensiero.
Consiglio vivamente la visione di questo film perché racconta la persecuzione e l’emarginazione attraverso una storia profondamente umana e intima, evitando retorica e sensazionalismo. Il film, che uscirà nelle sale cinematografiche il 29 gennaio 2026, permette di comprendere la Storia non solo come evento collettivo, ma come esperienza vissuta da una singola persona. Dando voce a una donna ebrea che lotta per conservare la propria identità e dignità, la pellicola invita lo spettatore a interrogarsi sul valore del ricordo e sul rispetto dei diritti umani, temi che restano, purtroppo, ancora drammaticamente attuali.
Elena del Ghetto
Regia: Stefano Casertano
Attori: Florence Guérin, Micaela Ramazzotti, Giulia Bevilacqua, Caterina De Angelis, Giovanni Calcagno, Simone Gandolfo, Paolo Buglioni, Valerio Aprea, Romano Talevi, Matteo Quinzi, Stefano Ambrogi, Alessandro Moser, Gabriele Cirilli, Claudia Della Seta, Bruno Pavoncello, Emanuel Bevilacqua, Marcello Maietta, Edoardo Stefanelli, Sergio Marinelli, Gian Franco Mazzoni, Michele Enrico Montesano, Eli Nathan Parenzo, Giancarlo Porcari, Anna Testa, Pascal Bizzarro, Marco Sincini, Claudio Pallottini, Matteo Nicoletta, Giacomo Di Somma, Alessandro Di Benedetto, Enea Di Benedetto

Un’analisi accurata e ben argomentata, che mette in luce la forza civile dell’opera e la straordinaria interpretazione di Micaela Ramazzotti. Una recensione che arricchisce la visione del film e ne sottolinea l’attualità.