Chi diavolo ha uno scimpanzé come animale domestico?
(Drew – Charlie Mann)
Il cinema horror ha spesso esplorato il confine sottile tra l’umanità e il regno animale, ma pochi film tentano di mescolare il teen drama con la disabilità e la ferocia della natura come l’ultima fatica di Johannes Roberts. La pellicola ci porta nel cuore pulsante delle Hawaii, un paradiso terrestre che si trasformerà presto in un inferno di sangue e urla.
Lucy ed Erin stanno tornando a casa, alle Hawaii, dove vive il padre Adam, famoso scrittore e studioso di primati. La figura di Adam è centrale non solo per la narrazione, ma per la struttura stessa del film: sordomuto fin da piccolo, comunica con tutti grazie al linguaggio dei segni. Questa particolarità non riguarda solo i rapporti umani; nella parola “loro” includiamo anche lo scimpanzé Ben, che vive in una enorme gabbia al di fuori della casa. Ben non è un semplice animale domestico, ma un soggetto di studio e un membro della famiglia che ha imparato a interagire attraverso forme di comunicazione non verbale.
Con la coppia di sorelle in volo arrivano anche alcune amiche per quella che si prospetta essere una vacanza da sogno tra alcool, paesaggi magnifici e bei ragazzi disponibili. È il classico incipit dei teen horror anni 2000, dove la spensieratezza giovanile funge da contrasto stridente con l’orrore imminente. La situazione, però, cambia improvvisamente quando una mangusta morde Ben attaccandogli la rabbia, una malattia che porterà l’animale ad impazzire rapidamente, mettendo a rischio la vita di chiunque possa entrarci in contatto.
Questo horror per teenager firmato da Johannes Roberts cerca di mettere insieme diversi fattori, tentando di collegarli tutti in modo costruttivo. Roberts, già noto per titoli come 47 Metri e Resident Evil: Welcome to Raccoon City, dimostra una certa mano nel gestire la tensione negli spazi aperti, ma qui il gioco riesce solo in parte.
Paradossalmente, le parti di maggiore interesse di tutta la trama non risiedono nell’elemento spaventoso principale. Da un lato troviamo le battute comiche, che con un gusto quasi camp rischiano di portare il film altrove, alleggerendo la tensione in modo a tratti spiazzante. Dall’altro, l’elemento più riuscito è rappresentato dai dialoghi non parlati. Questi momenti generano nello spettatore maturo una sincera e oggettiva curiosità; nasce la voglia di capire come questo tipo di comunicazione realmente funzioni e come il silenzio possa diventare uno strumento di sopravvivenza o, al contrario, un ostacolo insormontabile durante un attacco.
A parte questi due elementi di pregio, il centro della trama dovrebbe essere Ben e i suoi comportamenti omicidi. Qui il film mostra il fianco alle critiche: la scelta fatta in questo senso non paga in quanto appare poco realistica e realmente eccessiva.
Va bene rappresentare una scimmia che impazzisce e uccide una persona — la cronaca purtroppo ci ha insegnato quanto gli scimpanzé possano essere brutali — ma come rendere sensate le azioni di una scimmia che sembra letteralmente posseduta dal demonio, e non colpita da una gravissima malattia? Il Ben del film distrugge corpi umani con una forza e una ferocia che sfidano le leggi della biologia. Si cade spesso nello splatter con un tipo di orrore davvero gratuito e il prodotto non ne beneficia. Sebbene questo possa sembrare attrattivo per la fascia post-adolescenziale, spesso guidata dalla ricerca degli eccessi, il film perde l’occasione di essere un thriller psicologico profondo.
Probabilmente avrebbe pagato di più su altri target sviluppare meglio il tema dell’intelligenza di Ben, che pure in certi momenti viene mostrata con efficacia. Si pensi alla scena inquietante in cui la scimmia fa parlare un tablet per bambini per comunicare: è in questi sprazzi di intelligenza perversa che il film raggiunge i suoi picchi di tensione più alti.
Sufficientemente bravi gli attori, tra cui spicca Johnny Sequoyah, capace di trasmettere il terrore di chi vede un legame affettivo trasformarsi in una minaccia mortale. Tuttavia, le performance restano nei limiti di quello che viene loro richiesto da una sceneggiatura che predilige l’azione al sottotesto. I migliori, senza dubbio, rimangono gli interpreti che comunicano con il linguaggio dei sordomuti, aggiungendo uno strato di autenticità fisica che manca nel resto del cast.
Invece, le ambientazioni sono semplicemente splendide. Non possiamo stupircene: siamo in una delle isole più belle e particolari al mondo. La fotografia di questo film ne guadagna tantissimo, sfruttando la luce naturale delle Hawaii per creare un contrasto potente tra la bellezza del paesaggio e la brutalità delle scene di sangue. Questo valore estetico riesce, in parte, a risollevare le sorti di una sceneggiatura a tratti zoppicante.
Un prodotto, in sintesi, che rasenta la sufficienza arrivando a toccarla, ma con molte, estreme difficoltà ad essere qualcosa di più di questo. Il film di Johannes Roberts è un esperimento ambizioso che tenta di unire l’horror grafico alla sensibilità del cinema sulla disabilità, ma finisce per perdersi in un eccesso di violenza gratuita che ne oscura i messaggi più sottili.
Resta una visione consigliata agli amanti del genere creature feature che non cercano necessariamente il realismo, ma che sanno apprezzare una fotografia eccellente e un uso originale del silenzio in un genere solitamente troppo rumoroso.
Ben – Rabbia animale
Regia: Johannes Roberts
Attori: Johnny Sequoyah, Jess Alexander, Troy Kotsur, Victoria Wyant, Gia Hunter, Benjamin Cheng, Charlie Mann, Tienne Simon, Miguel Torres Umba, Amina Abdi, Robin Chalk, Joe Abercrombie, Nick Romano, Kae Alexander, Ben Pronsky, Stuart Whelan
Durata: 89 minuti
Uscita: 28 gennaio 2026
