Il cinema ha esplorato innumerevoli volte le atrocità del Terzo Reich, ma raramente è riuscito a soffermarsi su quegli angoli d’ombra dove la quotidianità più banale — come il consumo di un pasto — si trasforma in uno strumento di tortura psicologica. Con la sua ultima fatica, Silvio Soldini ci conduce nel cuore della Prussia Orientale, regalandoci uno sguardo attento e profondamente femminile su un aspetto inedito della mostruosità nazista.
La protagonista della storia è Rose, una giovane donna berlinese la cui vita è stata smembrata dal conflitto mondiale. Con il marito lontano, impegnato a combattere su un fronte tedesco sempre più vacillante, Rose si ritrova costretta a lasciare la capitale per cercare rifugio in campagna. Si stabilisce dai suoceri, in una zona rurale apparentemente tranquilla, che però nasconde un segreto inquietante: la vicinanza alla Tana del Lupo, il quartier generale segreto e pesantemente fortificato di Adolf Hitler, immerso nelle fitte foreste della Masuria.
Il destino di Rose prende una piega inaspettata quando viene selezionata, insieme ad altre sei giovani donne del luogo, per un compito tanto singolare quanto macabro: diventare una delle assaggiatrici del Führer. Il lavoro consiste nel consumare, un’ora prima del leader nazista, il cibo rigorosamente vegetariano a lui destinato, per assicurarsi che non sia stato avvelenato da sabotatori o spie nemiche.
Inizialmente, l’incarico sembra quasi un colpo di fortuna. In tempi di razionamenti e fame nera, ricevere un compenso di 200 marchi e avere accesso a pasti abbondanti e freschi pare un privilegio. Tuttavia, Soldini è magistrale nel trasformare questa apparente fortuna in un incubo claustrofobico. Quello che doveva essere un lavoro diventa rapidamente una prigionia per le “donne-cavia”. Ogni boccone non rappresenta nutrimento, ma una potenziale condanna a morte. L’atto del mangiare, solitamente conviviale e vitale, viene spogliato di ogni piacere per diventare un esercizio di puro terrore.
La tensione raggiunge l’apice quando la minaccia del veleno smette di essere un’astrazione. In un passaggio cruciale del film, tre delle assaggiatrici vengono avvelenate mortalmente. Paradossalmente, il colpevole non è un attentatore umano, ma la natura stessa: il miele servito a tavola è stato prodotto da api che hanno succhiato il nettare di fiori velenosi tipici della foresta circostante. Questo dettaglio sottolinea l’ironia tragica della vicenda: la morte può arrivare anche quando non è pianificata, rendendo l’ambiente circostante ostile quanto il regime stesso.
All’interno del gruppo delle assaggiatrici, Soldini scava nelle dinamiche umane sotto pressione. La solidarietà si mescola al sospetto. Si scopre, ad esempio, che una delle donne — colei che segretamente aiuta un’altra assaggiatrice a procurarsi un aborto — è in realtà un’ebrea che vive sotto falsa identità. Questo sottotesto aggiunge un ulteriore strato di pericolo: la prigione di Rose non è solo esterna, ma fatta di segreti che, se svelati, porterebbero alla morte immediata di tutte le coinvolte.
Il clima cambia drasticamente dopo il fallito attentato a Hitler del 20 luglio 1944, guidato dal conte von Stauffenberg. La paranoia del regime esplode: le misure di sicurezza si inaspriscono e le donne vengono costrette a dormire direttamente nella caserma delle SS, private di ogni contatto con le famiglie. In questo contesto di isolamento estremo, Rose intreccia una relazione ambigua e pericolosa con il capo delle SS locale. Non è un legame d’amore nel senso tradizionale, ma una connessione nata dal bisogno di protezione e dalla disperazione di chi non ha più nulla da perdere.
Il finale del film è una corsa contro il tempo. Grazie all’influenza del suo protettore nelle SS, Rose riesce a ottenere un posto su un treno riservato agli ufficiali in fuga davanti all’avanzata delle truppe alleate. Tuttavia, il dilemma morale lacera la protagonista: Rose vorrebbe salvare anche la sua amica ebrea, l’unica persona con cui ha condiviso un briciolo di autenticità in quegli anni bui. Il tentativo di salvataggio si conclude però in tragedia: l’amica viene scoperta e uccisa, mentre Rose viene tratta in salvo all’ultimo istante dal capo delle SS, che la trascina via verso una libertà carica di sensi di colpa.
Silvio Soldini conferma ancora una volta la sua straordinaria sensibilità nel raccontare l’universo femminile. In questo film, il regista evita la spettacolarizzazione del dolore per concentrarsi sui dettagli: i tremori delle mani che impugnano le posate, gli sguardi rubati tra le prigioniere, il silenzio assordante della foresta.
È una pellicola fondamentale perché rivela un lato poco noto della “banalità del male”: la mostruosità del nazismo non stava solo nelle grandi camere a gas, ma anche nel degradare la vita di giovani donne a semplici test biologici per la sopravvivenza di un dittatore. Un film che interroga la coscienza dello spettatore sul valore della dignità umana e sulla forza della sopravvivenza, ricordandoci che anche nel buio più fitto, l’istinto vitale e i legami umani sono l’unica bussola rimasta.
Le assaggiatrici
Regia: Silvio Soldini
Attori: Max Riemelt, Elisa Schlott, Nicolo Pasetti, Alma Hasun, Nikolai Selikovsky, Marco Boriero, Peter Schorn, Emma Falck
Durata: 123 minuti
Uscita: 27 marzo 2025
