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Supergirl

Foto di Parisa Taghizadeh

Mio cugino e io abbiamo idee molto diverse su cosa vuol dire essere un eroe. Lui vede il bene in tutti, io vedo la verità. (Kara Zor-El – Milly Alcock)

Ci sono film che nascono con un peso specifico importante, e altri che sembrano esistere solo per riempire uno spazio vuoto nel calendario delle uscite. E questo secondo capitolo del nuovo universo DC, almeno per come si presenta al cinema, appartiene purtroppo alla seconda categoria. È un film che non riesce mai a trovare una propria identità, e che sembra costruito più per assemblaggio di riferimenti che per una reale idea di portare qualcosa nel mondo della settima arte. Il risultato è un’esperienza che, invece di rilanciare un personaggio già di per sé derivato dal ben più noto Superman, non fa nulla per ribaltare i pronostici, finendo per svuotarlo completamente di significato.

La sensazione dominante è quella di un collage confuso di influenze già viste. C’è Star Wars nella struttura da viaggio interstellare e negli scenari “da cantina galattica”, c’è Mad Max nella deriva desertica e nell’inseguimento continuo che occupa buona parte del film, e c’è persino un tono alla Rick and Morty nel tentativo di inserire elementi stranianti e creature fuori registro. Il problema non è l’ispirazione in sé, ma il fatto che queste componenti non si amalgamano mai in un linguaggio coerente. Rimangono citazioni isolate, che non costruiscono mai un universo credibile o anche solo interessante.

La narrazione, poi, è il punto più fragile dell’intera operazione. Più che una storia, sembra un lungo inseguimento dilatato per poco meno di due ore, senza veri snodi drammatici o evoluzioni emotive. Non c’è un viaggio dell’eroe riconoscibile, non c’è una progressione che porti il personaggio principale a trasformarsi in modo significativo. Si procede per episodi scollegati, spesso giustapposti senza una reale necessità, fino a dare la sensazione di assistere a un montaggio di idee non sviluppate piuttosto che a una sceneggiatura compiuta.

Questo si riflette inevitabilmente anche nella gestione dei personaggi. Nessuno riesce davvero a emergere. La protagonista Kara Zor-El, che dovrebbe essere il centro emotivo e narrativo del film, rimane invece schiacciata da una scrittura superficiale, incapace di darle profondità o conflitto interno credibile. I personaggi secondari oscillano tra la macchietta e la funzione puramente ornamentale, come se fossero stati inseriti solo per riempire scena o per giustificare passaggi di trama già fragili in partenza. Anche la presenza di Jason Momoa, infatti, sembra esistere al solo scopo di inserire il personaggio di Lobo quanto prima nel DCU, anziché attendere il momento in cui avesse davvero senso farlo. Nessun rapporto tra i personaggi risulta appagante, non esiste una dinamica che lasci il segno. Questo dimostra anche come nel 2026, dopo almeno 25 anni di constante fornitura di cinecomic, sia ancora possibile rovinare del buon materiale di partenza, in quanto già solo l’incipit del fumetto da cui è ispirato il film, “Supergirl: La Donna del Domani” di Tom King, fornisce un coinvolgimento facilmente trasponibile su pellicola, e che invece si è deciso modificare, peggiorando in toto il lavoro originale.

Dal punto di vista tecnico, il film non riesce a compensare le debolezze della scrittura. La regia si limita spesso a seguire l’azione senza mai imprimere una vera identità visiva. La CGI è costante, quasi invasiva, ma raramente davvero integrata in modo convincente con l’ambiente o con la messa in scena. Anche le musiche, che avrebbero potuto dare respiro o carattere alle sequenze, restano in sottofondo senza mai diventare un elemento memorabile o distintivo. Il risultato è un prodotto piatto, che scorre senza lasciare tracce.

Un altro elemento che colpisce negativamente è la totale mancanza di costruzione del mondo narrativo. Ci si muove tra ambienti che sembrano esistere solo per necessità di scena, senza una reale coerenza interna o una mitologia comprensibile. Alcune scelte, come la presenza di contesti linguistici e culturali non giustificati, contribuiscono a rafforzare la sensazione di un universo non pensato fino in fondo, ma semplicemente accennato e lasciato lì.

In questo quadro si inserisce inevitabilmente anche una riflessione più ampia sull’universo DC e sulla direzione intrapresa da James Gunn. L’idea di rilancio e ripartenza, che sulla carta avrebbe dovuto portare freschezza e una nuova visione, qui sembra inciampare proprio nella mancanza di una linea artistica chiara. L’assenza di personaggi forti o di un impianto narrativo solido fa emergere una gestione ancora incerta, più concentrata sulla costruzione di un universo condiviso che sulla qualità dei singoli film. E Supergirl, in questo senso, diventa un esempio emblematico di questa fragilità strutturale.

Alla fine, quello che resta è un film che non riesce a trovare una sua ragione d’essere. Non intrattiene davvero, non emoziona, non costruisce nulla che possa rimanere nello spettatore dopo la visione. Anche quando tenta di essere leggero o spettacolare, fallisce nel coinvolgimento. È un’opera che scorre senza direzione, senza ritmo e senza una vera idea di cinema dietro.

Supergirl diventa così un’esperienza frustrante proprio perché priva di qualsiasi punto d’appoggio: né spettacolo, né racconto, né personaggi. Solo una lunga sequenza di eventi che si susseguono senza mai trasformarsi in qualcosa di significativo. E in un panorama cinematografico che avrebbe bisogno di visioni forti e riconoscibili, questo tipo di insipienza pesa ancora di più.

Supergirl

Regia: Craig Gillespie

Attori: Milly Alcock, Jason Momoa, David Corenswet

Durata: 107 minuti

Uscita: 25 giugno 2026

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