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Resident Evil

Tutto quello che è successo in questa città… si è consumato nell’arco di poche ore. (Paul – Paul Walter Hauser)

Pochi franchise videoludici possono competere con il numero di incarnazioni cinematografiche ricevute da Resident Evil di Capcom, che fin dagli esordi nel 1996 ha sempre saputo reinventarsi poco prima che la formula proposta diventasse prigioniera di una staticità che avrebbe portato probabilmente a renderla meno interessante col tempo. Dopo le sei pellicole legate a Paul W. S. Anderson e Milla Jovovich, che hanno sicuramente portato alla ribalta la saga verso chi non ne conosceva i videogiochi, ma con una qualità altalenante, e dopo l’esperimento fallito di Resident Evil: Welcome to Raccoon City (2021), arriva oggi il film di Zach Cregger, che cerca di reinventare nuovamente la trasposizione verso il grande schermo, mostrando un’altra prospettiva del concetto alla base della serie: un’invasione di zombie causata da un virus sviluppato da un’azienda farmaceutica impegnata nella progettazione di armi biochimiche.

In questo caso, però, il punto di vista è quello di un corriere medico che, per ottenere una paga doppia, accetta di effettuare una consegna in condizioni tutt’altro che adatte, ritrovandosi coinvolto in una situazione che non comprende, per la quale non possiede alcuna preparazione e apparentemente ben lontano dal protagonista standard a cui la saga ci ha abituati. Ed è proprio questa scelta a rendere particolarmente interessante (e divertente) l’opera, creando un nuovo patto di sospensione di incredulità con lo spettatore: non siamo gli eroi che conoscono o che masticano già le regole del gioco, ma una persona comune catapultata nel posto sbagliato al momento sbagliato.

L’inizio è infatti molto divertente nel proporre una reazione estremamente realistica al primo incontro con quello che Bryan considera inizialmente semplicemente una persona malconcia bisognosa di aiuto. La sua confusione, la rabbia per la situazione e il continuo tentativo di trovare una soluzione apparentemente razionale a qualcosa che razionale non è diventano la principale fonte di comicità del film. Non c’è una ricerca costante della battuta o una trasformazione della pellicola in commedia: è la distanza tra ciò che accade sullo schermo e il modo in cui un individuo comune reagirebbe a quegli eventi a generare l’alchimia perfetta per evitare di uscire dai binari del genere. Una scelta che ricorda, per certi versi, il modo in cui Quella casa nel bosco (2012) riusciva a far convivere horror e comicità senza permettere a uno dei due registri di adombrare l’altro.

Questo permette inoltre alla pellicola di distinguersi dalle precedenti incarnazioni e di superare alcuni passaggi che, presi singolarmente, non raccontano nulla di particolarmente innovativo. La regia di Cregger contribuisce però a rendere la visione sorprendentemente fresca, grazie a un uso intelligente dei piani sequenza, dei carrelli e di prospettive differenti che sembrano voler riprendere direttamente alcune sensazioni proprie del videogioco. Le sequenze in prima persona richiamano immediatamente il linguaggio dei tre capitoli videoludici più recenti, mentre altri elementi, dalla macchina da scrivere ai lucchetti indistruttibili e agli oggetti apparentemente insignificanti che diventano parte dell’esplorazione, funzionano come piccoli Easter egg senza trasformarsi in una semplice collezione di riferimenti.

È proprio qui che Cregger è riuscito a trovare il suo equilibrio migliore: prendere le fondamenta della saga e alcuni suoi elementi riconoscibili ed utilizzarli per raccontare qualcosa di diverso, parallelo, ma mantenendo l’aderenza necessaria ai fondamenti dell’universo di cui fa parte. Non c’è bisogno di tornare continuamente a Villa Spencer, di mostrare gli stessi luoghi o di affidare necessariamente la storia a Chris, Jill o Leon. Siamo invece davanti a una prospettiva laterale sugli eventi, a qualcuno che si trova inconsapevolmente a contatto con l’Umbrella Corporation senza avere né l’interesse, né gli strumenti per comprenderla.

Anche l’azione segue questa logica: è relativamente contenuta e non cerca continuamente di aumentare la spettacolarità delle sequenze fino a trasformare Bryan in un improbabile soldato. Al contrario, la sua inesperienza rimane parte integrante della narrazione e rende più credibili alcuni momenti topici dove l’istinto di sopravvivenza prende le redini del protagonista, che infatti impara progressivamente a gestire ciò che ha davanti, ma sempre attraverso strumenti e soluzioni che non esulano mai dalla portata di una persona che con armi, virus e minacce di morte non ha mai avuto a che fare.

Dietro l’orrore emerge inoltre un tema più interessante di quanto possa inizialmente sembrare: l’egoismo. Le decisioni prese dai personaggi che dispongono di maggiore potere hanno conseguenze sugli altri, mentre chi potrebbe evitare il disastro sceglie spesso la strada più conveniente per sé. Anche l’errore iniziale che porta alla diffusione del virus diventa parte di questo circolo vizioso, nel quale l’interesse personale finisce per produrre conseguenze collettive. Non siamo davanti alla critica sociale di Romero, naturalmente, ma il film sposta comunque l’attenzione dagli zombie alle persone che hanno contribuito a crearli e alle scelte che hanno causato la degenerazione di una situazione che poteva essere evitata.

Meno convincente è invece proprio l’interpretazione degli zombie (qui appellati solo come “mostri”). L’horror funziona soprattutto attraverso situazioni, tensione e immaginario classico, senza cercare di rivoluzionare gli stilemi del genere. Alcune creature sono efficaci, ma sarebbe stato interessante vedere una maggiore elaborazione dei nemici iconici della saga, trasformandoli in qualcosa di più personale invece di utilizzarli in formato piuttosto classico come ostacoli all’interno del percorso del protagonista, soprattutto pensando a come il primo incontro con uno di loro funzioni sorprendentemente bene.

Il risultato rimane comunque una reinterpretazione riuscita, capace di prendere un franchise ormai estremamente noto e navigato e guardarlo da un’angolazione diversa. Chi si aspetta una sfilata dei protagonisti e delle scene più iconiche dei videogiochi potrebbe rimanere deluso, ma proprio l’assenza di questa componente permette al film di trovare una propria identità, evitando il difficile compito di reinventare il survival horror, ma dimostrando di avere consapevolezza dei meccanismi su cui puntare e costruendoci attorno un’esperienza fresca, divertente e sufficientemente personale da poter finalmente sembrare, più che una semplice trasposizione, un nuovo spin off ambientato nello stesso universo.

 

© Sony Pictures

Resident Evil

Regia: Zach Cregger

Attori: Austin Abrams, Zach Cherry, Kali Reis, Paul Walter Hauser

Durata: 95 minuti

Uscita: 17 settembreo 2026

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